
Cosa cambierebbe nell’Unione Europea con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona
Ci stiamo avvicinando alle elezioni europee e qualcosa, già a partire dal 2010, potrebbe definitivamente cambiare nello scenario comunitario. Il Trattato di Lisbona dovrebbe finalmente entrare in vigore, in attesa del nuovo referendum in Irlanda previsto per l’ottobre 2009; la speranza, dopo l’inattesa debacle del 13 giugno 2008, è che stavolta sia il Sì ad imporsi ed a rendere possibile il rilancio del dibattito europeo. Già dopo la vittoria (annunciata, a mio avviso) del No nel referendum franco-olandese sul Trattato Costituzionale nel 2005, si era posto l’accento su alcuni problemi riguardanti il futuro dell’Unione (deficit democratico, sicurezza sociale…). Il Trattato di Lisbona rappresentava e rappresenta tuttora un tentativo di rilanciare il dibattito europeo in modo più blando e meno “rivoluzionario” (si parla infatti di un Trattato e non di Costituzione). Cosa dovrebbe cambiare nell’Unione in caso di vittoria del Sì in Irlanda? Innanzitutto, le innovazioni sarebbero più contenute rispetto a quanto previsto dalla Costituzione Europea. Non c’è, infatti, alcun riferimento ai simboli dell’Unione (bandiera, inno, motto europeo, giornata dell’Europa), né tantomeno la figura del Ministro europeo degli Affari Esteri. Il cambiamento più importante è quello che fa sì che la procedura di codecisione diventi la procedura legislativa ordinaria a livello comunitario (in poche parole, il Parlamento Europeo, rappresentante dei popoli degli Stati Membri, si trova in una posizione paritetica con il Consiglio dei Ministri, rappresentante dei singoli governi, le due istituzioni devono trovarsi assolutamente d’accordo sull’approvare o meno le proposte legislative della Commissione). Inoltre, lo stesso Presidente della Commissione dovrebbe essere eletto tenendo conto dei risultati delle elezioni del Parlamento Europeo. Altra innovazione è quella che istituzionalizza il Consiglio Europeo (da non confondere con il Consiglio dei Ministri), il cui Presidente diventa permanente ed in carica per due anni, ed avrà il ruolo di rappresentare l’Unione Europea all’estero. Quindi, con il Trattato di Lisbona, il Parlamento, l’unica istituzione eletta dai cittadini, risulterebbe ulteriormente rafforzato. Si fa qualche piccolo passo in avanti per risolvere l’annoso problema del deficit democratico dell’Unione. Ma questo non basta, la strada è lunga, tortuosa ed in salita.
L’Unione Europea è ancora percepita come un’istituzione lontana dai cittadini, capace di compiere progressi solo nei suoi aspetti economici e monetari (molti si sono accorti della sua esistenza solo dopo l’avvento dell’Euro). Le decisioni prese a livello comunitario sono viste come meri accordi tra i singoli governi nazionali. Non c’è un’opinione pubblica europea, non esistono quotidiani o canali televisivi comunitari. Nei giornali e telegiornali nazionali (questo in Italia è evidente), le notizie riguardanti l’Unione vengono poste in secondo piano, i governi nazionali spesso vi fanno riferimento quando devono compiere scelte impopolari “Ce l’ha detto l’Europa!”.
I progressi a livello politico e sociale non si vedono, o sono limitati rispetto a quelli fatti in campo economico. Non c’è armonizzazione per quanto concerne le politiche fiscali, le politiche sull’immigrazione o le politiche sociali, non ci sono politiche che garantiscano la sicurezza sociale, non c’è armonizzazione per quanto riguarda le legislazioni sul lavoro o sul salario minimo. Esistono iniziative, dichiarazioni (Strategia Europea per l’Occupazione o il Metodo Aperto di Coordinamento, per fare qualche esempio), che non hanno alcun effetto vincolante sugli Stati Membri. Forse è per questo che il trattato di Lisbona non è ancora stato ratificato dall’Irlanda. Ogni volta che si va a chiedere direttamente ai cittadini cosa ne pensano attraverso i referendum, le opinioni sono spesso negative (Irlanda 2008, Francia e Olanda nel 2005, Danimarca sul trattato di Maastricht nel 1992, Norvegia sull’adesione all’UE…). Non c’è informazione su quanto avviene a Bruxelles, anche se spesso questi esiti referendari negativi rispecchiano problemi e malumori legati alla politica interna. C’è da dire che i cittadini temono di perdere le loro prerogative (soprattutto in termini di sicurezza sociale) e l’Unione ha fatto poco per rassicurarli.
Abbiamo una grande opportunità adesso, abbiamo un’Unione Europea che si estende a tutto il continente. Gli ultimi allargamenti hanno portato un consistente arricchimento in termini di popolazione e culture diverse. In questo momento, sono più che mai necessari dei passi in avanti in campo politico, per realizzare nei fatti e non solo nelle dichiarazioni, quell’Europa “unita nella diversità” che speriamo un giorno di vedere.
Per concludere, il politico polacco e studioso dell’Europa Bronislaw Geremek, parafrasando Massimo D’Azeglio, affermava che “Abbiamo fatto l’Europa, adesso dobbiamo fare gli Europei”. Ci riusciremo un giorno? Il trattato di Lisbona potrebbe essere solo un primo passo verso la meta di un’ Europa democratica, fondata sulla partecipazione e sulla vicinanza ai cittadini, un’Europa, appunto, per gli europei.
Iacopo Innocenti
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” (art.9 della Costituzione italiana). “La scuola è aperta a tutti. […] I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti dello studio.”(art.34 della Costituzione italiana).
Ottobre è ormai lontano e con esso gli slogan e l’entusiasmo che hanno dato vita a quello straordinario movimento studentesco che con voce unanime e trasversale ha detto “no” alla distruzione del sistema scolastico, “no” alla riforma targata MariaStella Gelmini. L’“Onda”ha coinvolto tutti: destra, sinistra, genitori, ricercatori, professori, offrendo alla tiepida coscienza dell’opinione pubblica italiana un onorevole esempio di società civile partecipe a quanto si consuma nelle silenziose e complici sale del “palazzo”. Nel mese di marzo la protesta è ripartita, gli studenti hanno fatto sentire nuovamente la loro voce, ma questa volta la reazione istituzionale è stata più “decisa”,come testimoniano le cariche della polizia contro i ragazzi dell’ateneo romano della Sapienza (18 marzo) e le parole del ministro Renato Brunetta, il quale avrebbe definito “guerriglieri”coloro che si battono per un diritto sancito dalla nostra carta costituzionale ( articoli 33 e 34 ).
Dieci giorni fa è stato costituito a Quarrata il primo circolo dei Giovani Democratici, vale a dire i giovani che si riconoscono nel PD e nel centrosinistra. Appena uscita la notizia sulla stampa, il capogruppo di Forza Italia in Consiglio comunale (prossimo capogruppo anche della Pdl?) non ha perso tempo, inserendo sul suo blog della Casa della Libertà un attacco, che definire uno “sproloquio” ci pare perfino generoso.