
Idee Giovani! A Montecatini Lunedì 1 Giugno ore 18.00
28 05 2009Commenti : Lascia un commento »
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L’Onorevole Fioroni a Pistoia Giovedi 28 Maggio
27 05 2009
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L’Europa che verrà
26 05 2009
Cosa cambierebbe nell’Unione Europea con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona
Ci stiamo avvicinando alle elezioni europee e qualcosa, già a partire dal 2010, potrebbe definitivamente cambiare nello scenario comunitario. Il Trattato di Lisbona dovrebbe finalmente entrare in vigore, in attesa del nuovo referendum in Irlanda previsto per l’ottobre 2009; la speranza, dopo l’inattesa debacle del 13 giugno 2008, è che stavolta sia il Sì ad imporsi ed a rendere possibile il rilancio del dibattito europeo. Già dopo la vittoria (annunciata, a mio avviso) del No nel referendum franco-olandese sul Trattato Costituzionale nel 2005, si era posto l’accento su alcuni problemi riguardanti il futuro dell’Unione (deficit democratico, sicurezza sociale…). Il Trattato di Lisbona rappresentava e rappresenta tuttora un tentativo di rilanciare il dibattito europeo in modo più blando e meno “rivoluzionario” (si parla infatti di un Trattato e non di Costituzione). Cosa dovrebbe cambiare nell’Unione in caso di vittoria del Sì in Irlanda? Innanzitutto, le innovazioni sarebbero più contenute rispetto a quanto previsto dalla Costituzione Europea. Non c’è, infatti, alcun riferimento ai simboli dell’Unione (bandiera, inno, motto europeo, giornata dell’Europa), né tantomeno la figura del Ministro europeo degli Affari Esteri. Il cambiamento più importante è quello che fa sì che la procedura di codecisione diventi la procedura legislativa ordinaria a livello comunitario (in poche parole, il Parlamento Europeo, rappresentante dei popoli degli Stati Membri, si trova in una posizione paritetica con il Consiglio dei Ministri, rappresentante dei singoli governi, le due istituzioni devono trovarsi assolutamente d’accordo sull’approvare o meno le proposte legislative della Commissione). Inoltre, lo stesso Presidente della Commissione dovrebbe essere eletto tenendo conto dei risultati delle elezioni del Parlamento Europeo. Altra innovazione è quella che istituzionalizza il Consiglio Europeo (da non confondere con il Consiglio dei Ministri), il cui Presidente diventa permanente ed in carica per due anni, ed avrà il ruolo di rappresentare l’Unione Europea all’estero. Quindi, con il Trattato di Lisbona, il Parlamento, l’unica istituzione eletta dai cittadini, risulterebbe ulteriormente rafforzato. Si fa qualche piccolo passo in avanti per risolvere l’annoso problema del deficit democratico dell’Unione. Ma questo non basta, la strada è lunga, tortuosa ed in salita.
L’Unione Europea è ancora percepita come un’istituzione lontana dai cittadini, capace di compiere progressi solo nei suoi aspetti economici e monetari (molti si sono accorti della sua esistenza solo dopo l’avvento dell’Euro). Le decisioni prese a livello comunitario sono viste come meri accordi tra i singoli governi nazionali. Non c’è un’opinione pubblica europea, non esistono quotidiani o canali televisivi comunitari. Nei giornali e telegiornali nazionali (questo in Italia è evidente), le notizie riguardanti l’Unione vengono poste in secondo piano, i governi nazionali spesso vi fanno riferimento quando devono compiere scelte impopolari “Ce l’ha detto l’Europa!”.
I progressi a livello politico e sociale non si vedono, o sono limitati rispetto a quelli fatti in campo economico. Non c’è armonizzazione per quanto concerne le politiche fiscali, le politiche sull’immigrazione o le politiche sociali, non ci sono politiche che garantiscano la sicurezza sociale, non c’è armonizzazione per quanto riguarda le legislazioni sul lavoro o sul salario minimo. Esistono iniziative, dichiarazioni (Strategia Europea per l’Occupazione o il Metodo Aperto di Coordinamento, per fare qualche esempio), che non hanno alcun effetto vincolante sugli Stati Membri. Forse è per questo che il trattato di Lisbona non è ancora stato ratificato dall’Irlanda. Ogni volta che si va a chiedere direttamente ai cittadini cosa ne pensano attraverso i referendum, le opinioni sono spesso negative (Irlanda 2008, Francia e Olanda nel 2005, Danimarca sul trattato di Maastricht nel 1992, Norvegia sull’adesione all’UE…). Non c’è informazione su quanto avviene a Bruxelles, anche se spesso questi esiti referendari negativi rispecchiano problemi e malumori legati alla politica interna. C’è da dire che i cittadini temono di perdere le loro prerogative (soprattutto in termini di sicurezza sociale) e l’Unione ha fatto poco per rassicurarli.
Abbiamo una grande opportunità adesso, abbiamo un’Unione Europea che si estende a tutto il continente. Gli ultimi allargamenti hanno portato un consistente arricchimento in termini di popolazione e culture diverse. In questo momento, sono più che mai necessari dei passi in avanti in campo politico, per realizzare nei fatti e non solo nelle dichiarazioni, quell’Europa “unita nella diversità” che speriamo un giorno di vedere.
Per concludere, il politico polacco e studioso dell’Europa Bronislaw Geremek, parafrasando Massimo D’Azeglio, affermava che “Abbiamo fatto l’Europa, adesso dobbiamo fare gli Europei”. Ci riusciremo un giorno? Il trattato di Lisbona potrebbe essere solo un primo passo verso la meta di un’ Europa democratica, fondata sulla partecipazione e sulla vicinanza ai cittadini, un’Europa, appunto, per gli europei.
Iacopo Innocenti
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Kontest! Si parte il 23 Maggio a Montale
17 05 2009
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Sulla rete sbarca il blog dei GD di Buggiano e Uzzano
13 05 2009Commenti : Lascia un commento »
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Costruiamo Casa Nostra! Il 15 Maggio al circolo arci di Bonelle
8 05 2009
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Riforma Gelmini? No grazie!
8 05 2009
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” (art.9 della Costituzione italiana). “La scuola è aperta a tutti. […] I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti dello studio.”(art.34 della Costituzione italiana).
Il nostro diritto all’istruzione è garantito da questi due importantissimi articoli della nostra Costituzione, quella stessa che si vuole modificare non per modernizzarla là dove necessario, ma per agevolare solo pochi. Tuttavia questo nostro fondamentale diritto è minato dalla tanto contestata riforma Gelmini. Questa riforma, che nello scorso autunno ha visto scendere in piazza numerosissimi studenti e non solo, prevede il blocco del turn-over nelle università, la privatizzazione delle stesse, la diminuzione del personale nelle scuole, la riduzione dell’obbligo scolastico a quattordici anni, e, soprattutto, il taglio dei finanziamenti per le scuole di 8 miliardi di euro e per le università e la ricerca di 1 miliardo e 400 mila euro. Le drastiche conseguenze sono evidenti: favori mento della dispersione scolastica, peggioramento della qualità della didattica, riduzione delle strutture e dei servizi agli studenti, diminuzione degli assegni di ricerca e delle stesse attività di ricerca.
Questa riforma (se così si può definire), di cui ormai non si parla più, conferma una tendenza ormai consolidata in Italia, cioè quella di non investire nell’istruzione. Le passate riforme, infatti, sono sempre avvenute a costo zero, ma quest’ultima riduce persino i finanziamenti, che, invece, sono destinati al salvataggio del sistema bancario che insieme ad altri fattori è stato il motore della crisi economica.
Fondamentalmente è in atto un’opera di smantellamento del sistema di pubblica istruzione italiano: sono in corso, da una parte, il tentativo di far crescere generazioni di ignoranti che sono più facili da influenzare, ma che non portano ricchezza e lustro all’Italia, e, dall’altro, il tentativo di privatizzare l’istruzione concedendola solo a pochi fortunati (o meglio, facoltosi).
Uno Stato veramente moderno dovrebbe invece investire sui suoi giovani, sulla loro cultura, sui loro cervelli, perché senza i giovani, senza gli studiosi, senza i ricercatori non c’è futuro per un Paese. Uno Stato democratico dovrebbe garantire a tutti il diritto allo studio, ma questo non può accadere privatizzando l’istruzione o diminuendo il personale didattico e amministrativo.
Le richieste dei giovani non sono parole vuote o semplici slogan. Dalla parte nostra, dei giovani, c’è il fatto non irrilevante che viviamo la scuola e l’università e che sappiamo come cambiarle. In meglio. Per questo vogliamo essere ascoltati e considerati.
Vogliamo una scuola dove i ragazzi possano restare a studiare il più a lungo possibile per evitare la dispersione scolastica; vogliamo una scuola che valorizzi la professionalità degli insegnanti adeguando gli stipendi in base al merito; vogliamo una scuola e un’università che siano periodicamente valutate; vogliamo più giovani professori e meno precari; vogliamo concorsi più meritocratici, rapidi e internazionali; vogliamo finanziamenti alla ricerca e all’università con procedure trasparenti e basate sul merito.
Chiediamo, anzi, vogliamo che il nostro diritto all’istruzione sia ancora garantito!
Ilaria Melara
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Diritti da non dimenticare
7 05 2009
Mi preme fare una riflessione sui diritti di cui l’uomo gode. L’uomo, in base a quanto stipulato dalla Dichiarazione dei diritti umani, gode di diritti naturali, e diritti sanciti sulla base della sopravvivenza della persona, e definiti appunto personali. I diritti naturali sono: il diritto alla nascita (ad avere nome e cognome), il diritto alla vita, il diritto alla salute,il diritto alla morte. Tra i diritti personali occorre citare il diritto alla libertà individuale, alla libertà religiosa, il diritto al lavoro, e il diritto alla privacy. In Italia questi diritti sono riconosciuti, oltre che dalla Dichiarazione sopra citata, alla quale l’Italia aderisce in pieno, anche dalla Costituzione. Nello specifico possiamo trovare tali diritti nell’art. 3 che , cito testualmente, dice: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. “
L’italia, come paese civile, garantisce i diritti all’uomo, lo tutela e lo rispetta, qualunque sia il suo pensiero politico, la sua razza, o la sua religione. O meglio, ed è qui la provocazione, garantirebbe tali diritti, perché si ha come l’impressione che a volte, la costituzione e la Dichiarazione vengano dimenticate, o quantomeno volutamente contrariate. Ci chiediamo se ad oggi, in Italia, esista veramente la pari dignità sociale, e l’eguaglianza di fronte alla legge, o se invece esistono cittadini che sono trattati in un modo di fronte alla legge, ed altri trattati in un modo diverso. Ci chiediamo se la sessualità sia oggi tema di eguaglianza di diritti, o non lo sia. Ci chiediamo se esista ancora il diritto per un uomo di emigrare in un paese straniero, di essere accolto, di essere rispettato. O se invece è un suo diritto essere discriminato, insultato, emarginato. Mi chiedo se esista il diritto alla salute e ad essere curato, o se è lecito per un medico dover obbligatoriamente denunciare che si fa curare e non è cittadino italiano.
Sia chiaro: una cosa è il reato di clandestinità, e come tale va punito. Una cosa è il diritto alla salute, e va gestito come tale! Ci chiediamo quindi, se ad oggi sia possibile essere veramente liberi ed eguali, e godere degli stessi diritti, o se qualcuno ne debba godere a prescindere, ed altri debbano non goderne mai per la loro religione, il loro colore della pelle, la loro diversità d’opinione. Sia chiaro, l’Italia è un paese fortunato, dove il diritto vige, esiste e viene tutelato, ma dove talvolta viene dimenticato od oltraggiato. Esisteranno sempre persone che disprezzeranno altre persone, o forme di discriminazione, qualsiasi essa sia. Ma fin quando queste forme di maleducazione, per non dire di peggio, restano circoscritte ai singoli individui che se ne rendono colpevoli, la riflessione meritevole è relativa allo stesso soggetto, ma quando è un governo di un paese civile a rendersene protagonista, merita una riflessione più ampia, ed un attenta analisi della situazione.
Raffaele Totaro
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Onda su Onda
6 05 2009
Ottobre è ormai lontano e con esso gli slogan e l’entusiasmo che hanno dato vita a quello straordinario movimento studentesco che con voce unanime e trasversale ha detto “no” alla distruzione del sistema scolastico, “no” alla riforma targata MariaStella Gelmini. L’“Onda”ha coinvolto tutti: destra, sinistra, genitori, ricercatori, professori, offrendo alla tiepida coscienza dell’opinione pubblica italiana un onorevole esempio di società civile partecipe a quanto si consuma nelle silenziose e complici sale del “palazzo”. Nel mese di marzo la protesta è ripartita, gli studenti hanno fatto sentire nuovamente la loro voce, ma questa volta la reazione istituzionale è stata più “decisa”,come testimoniano le cariche della polizia contro i ragazzi dell’ateneo romano della Sapienza (18 marzo) e le parole del ministro Renato Brunetta, il quale avrebbe definito “guerriglieri”coloro che si battono per un diritto sancito dalla nostra carta costituzionale ( articoli 33 e 34 ).
Ciò che ci chiediamo è: possiamo continuare in questa direzione? E’ ovvio che non basta manifestare e alzare la voce più forte, non basta delegare solo all”Onda”il compito di difendere il diritto alla scuola: occorre trasformare le assemblee d’istituto in fecondi centri di dibattito giovanile, ponendo all’ordine del giorno la questione di una sana e partecipata riforma della scuola, occorre aprire forum della cultura nelle piccole realtà locali, coinvolgendo genitori e classe docente, rispondendo alle provocazioni del governo con proposte nuove che partano dalla base della realtà scolastica italiana, senza dimenticare qual è il reale problema che l’affligge, ovvero la proliferazione di nuovi movimenti giovanili neofascisti, fenomeno di cui si sta occupando magistralmente l’Osservatorio sulle nuove destre di Pistoia.
Informazione e coinvolgimento devono essere per noi giovani democratici due imperativi categorici: protestare vuol dire anche parlare, discutere, dibattere, rendendo i giovani nuovamente protagonisti di questa democrazia in crisi e non più solo spettatori passivi di un gioco dal quale sono stati esclusi per troppo tempo. Questo è anche quello che il Circolo Roberto Saviano, frutto della “buona volontà” dei ragazzi di Buggiano ed Uzzano,si propone di fare: dare di nuovo la parola al futuro di questo paese.
Federica Florio
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